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L'abilismo nel linguaggio: come riconoscerlo e evitarlo

Capitoli

  1. Abilismo: significato del termine
  2. L’abilismo nel linguaggio
  3. Persona disabile o diversamente abile?
  4. La narrativa abilista dei media
  5. Come riconoscere e contrastare l’abilismo
  6. Esempi di abilismo: frasi e parole da evitare

 

Se conosci e frequenti almeno una persona con disabilità probabilmente conosci già il significato di abilismo. Se invece è la prima volta che senti questa parola, mettiti comodo: in questo articolo parleremo di cosa vuol dire essere abilisti e perché è così importante riconoscere ed evitare il linguaggio abilista nella vita di tutti i giorni.

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Abilismo: significato del termine

 

L’abilismo è un tipo di discriminazione in favore delle persone non disabili che porta a percepire la disabilità come un difetto anziché uno dei tanti aspetti della varietà umana.

Il termine deriva dalla parola inglese ableism, e indica una serie di credenze e pregiudizi sulle persone disabili basate sul pensiero che esista un corpo umano abile -quindi perfetto- in contrapposizione con uno meno abile, che è visto come inferiore.

L’abilismo si collega anche al tema del capitalismo, un sistema economico che premia il “forte” perché in grado di creare profitto, mentre condanna chi è meno performante, come in questo caso la persona con disabilità. ♿️

L’abilismo è diffuso in diversi ambiti della nostra società, alcuni esempi sono:

  • Lo stereotipo che le persone con disabilità vogliano o abbiano bisogno di essere “aggiustate”
  • Discriminare le persone disabili ai colloqui di lavoro o sminuire la loro professionalità perché “si trovano lì solo perché hanno un’agevolazione”
  • L’inaccessibilità di alcune strutture a causa di barriere architettoniche
  • La scarsa accessibilità a un livello di istruzione superiore per i ragazzi disabili (sempre dovuta alla mancanza di tecnologie assistive e delle strutture necessarie)

 

L’abilismo nel linguaggio

 

Con molta probabilità anche tu nella vita hai pronunciato frasi abiliste senza nemmeno saperlo.

“Non sembri neanche disabile”

“Dai, non fare l'handicappato”

“È molto carino, peccato sia in carrozzina”

“Come sei coraggioso, io al posto tuo non ce la farei”

“Ma sei sordo?!”

Sono tutte frasi abiliste.

L’abilismo si è profondamente radicato nella nostra cultura attraverso il linguaggio che, come sappiamo, è sia espressione della cultura sia agente costituente della cultura stessa.

La lingua plasma la nostra realtà e attraverso le parole siamo abituati a dipingere (e vedere dipinta) la persona disabile come “speciale”, “diversa”, “inferiore”, “difettosa” e “vittima della sua condizione”.

I media diffondono una rappresentazione della persona disabile come “poverina” e, allo stesso tempo, “eroica” quando riesce in qualche modo a superare la sua disabilità facendo qualcosa di “eccezionale” come laurearsi o anche solo andare in vacanza con gli amici. 🏆

Questi stereotipi sono molto dannosi per la comunità disabile. Le persone disabili vengono spesso identificate con la loro sindrome o disabilità, dimenticando che sono uomini e donne al pari degli altri. In questo modo si arriva ad avere bassissime aspettative su ciò che possono fare le persone con disabilità e si applaude al loro “coraggio” ogni volta che raggiungono un risultato o semplicemente vivono la propria vita.

Questo atteggiamento pietoso allontana l’attenzione dal fatto che nella maggior parte dei casi per le persone disabili è più difficile frequentare la scuola, viaggiare, o trovare un lavoro, non tanto a causa della loro disabilità, ma per un problema di mancanza di infrastrutture e di leggi che tutelino a sufficienza i loro diritti.

👉 Per combattere la discriminazione e la fuorviante rappresentazione della disabilità in Italia, le due sorelle Elena e Maria Chiara Paolini si occupano di divulgazione sulla pagina Instagram e YouTube di Witty Wheels.

 

Persona disabile o diversamente abile?

 

Disabile, persona disabile, o persona diversamente abile?

Qual è il termine più corretto per rivolgersi alle persone con disabilità? La risposta dipende, perché chiaramente ogni persona può decidere di identificare se stessa con una parola piuttosto che un’altra. Ci sono comunque delle definizioni che vengono ritenute abiliste, ecco quali sono:

Disabile

Usare l’aggettivo disabile come un nome per parlare di una persona con disabilità è abilista. Identifica la persona con la sua disabilità e impedisce di vedere il resto della sua identità.

“Quel disabile è simpatico” è un esempio di uso improprio dell’aggettivo.

Diversamente abile

Anche la definizione “persona diversamente abile”, che suona così gentile, in realtà contiene al suo interno il concetto di diversità.

Si ricade sempre nel tranello di misurare il valore delle persone con disabilità in base alla loro capacità di conformarsi o meno a uno stile di vita abile.

Le due definizioni più accettate e benvolute dalla comunità disabile italiana sono “persona con disabilità” o “persona disabile”.

 

La narrativa abilista dei media

 

Se fai attenzione alla comunicazione di film e telegiornali ti accorgerai di quanto il linguaggio abilista sia ampiamente diffuso. 🎬

Molto spesso i giornalisti tendono a dividere le persone in due gruppi: “noi” e “loro”; rivolgendosi al pubblico di lettori/ascoltatori come se fosse formato solo da persone non disabili.

Noi normali, sani, abili; loro diversi, difettosi, da compatire.

L’uso del “noi” genera un distacco che ci fa sentire di appartenere a due mondi diversi, quando invece l’obiettivo dei media dovrebbe essere la promozione della parità dei diritti e dell'inclusività.

Chi decide cosa è “normale” e cosa no? Non sono forse le persone disabili parte integrante della comunità (circa il 15% della popolazione mondiale secondo l’OMS)?

Non solo, spesso giornali e televisioni raccontano le storie di persone disabili senza consultare la persona interessata, ma intervistando invece medici, parenti e assistenti. Questo accade perché c’è una tendenza generale a infantilizzare le persone disabili, addirittura ignorando il loro punto di vista e privandole della propria autorità. 

Anche dipingere gli assistenti e i partner delle persone disabili come persone eccezionali e esempi di umanità è un atteggiamento abilista, perché presuppone che vivere al fianco di una persona disabile sia un enorme fardello.

Un altro esempio eclatante di abilismo nel linguaggio dei media è quello dei necrologi delle persone disabili. Spesso si legge “finalmente è libero”, come se una vita da disabile fosse una vita da prigionieri, quasi peggiore della morte.

Altri luoghi comuni diffusi e perpetuati dai media sulle persone disabili sono:

  • Le persone disabili sono asessuate e non hanno relazioni amorose
  • Le persone disabili sono tutte buone
  • Essere disabili è una tragedia
  • Le persone disabili sono deboli e da compatire

 

Come riconoscere e contrastare l’abilismo

 

Il linguaggio, e in generale la comunicazione, sono sia la causa che il mezzo per combattere la discriminazione abilista.

È importante cambiare il modo in cui i media parlano di disabilità per garantire alle persone disabili una rappresentazione più positiva e veritiera di se stessi. In questo modo le necessità e i diritti delle persone disabili potranno essere presi maggiormente in considerazione da tutti.

Al momento, la rappresentazione delle persone disabili è fuorviante e non sufficiente: ci sono pochissimi film che hanno come protagonisti persone disabili (e quelli che ci sono sono spesso girati con attori non disabili e presentano contenuti abilisti).

Quante volte vediamo persone disabili in tv? Perché le paralimpiadi non hanno la stessa copertura mediatica delle olimpiadi “normali”? Sono domande sulle quali vale la pena riflettere.

 

Esempi di abilismo: frasi e parole da evitare

 

Cambiare il modo in cui la società guarda alla disabilità è un processo lungo e graduale, ma come sempre è importante partire dal piccolo, cominciando con il fare attenzione alle parole che usiamo nel quotidiano.

Ecco alcune frasi e parole abiliste da evitare assolutamente:

Handicappato

La parola handicap significa letteralmente “svantaggio”. Identificare una persona come handicappata vuol dire porre l’accento sulla sua condizione di svantaggio, facendola automaticamente sembrare una persona fragile e di abilità inferiore agli altri.

Invalido

Anche la parola invalido ha un significato simile, se non peggiore. “In-valido” cioè “non-valido”, di minor valore rispetto a una persona non disabile.

Usare termini riguardanti la disabilità come offese

“Down”, “ritardato”, “psicopatico”, sono parole usate a volte come offese nel linguaggio comune. Si dà del “pazzo” o del “bipolare” a quell’amico che si comporta in modo strano, dimenticando che questi sono termini che si riferiscono a reali disturbi intellettuali e casi di neurodiversità.

Costretto sulla carrozzina/ confinato alla carrozzina

Le parole “costretto” e “confinato” rimandano alla percezione negativa di disabilità come “prigione”.

“Soffre di”, “è affetto da”

La disabilità non è un’afflizione, ma una condizione. Tutte le volte che si parla di persone disabili bisognerebbe evitare di usare frasi come “è affetto da”, “è vittima di”, ma al contrario usare termini neutrali come “persona con sindrome di Asperger”.

Non vedente

“Non vedente” sottolinea la non-capacità di vedere, è quindi percepita come una definizione negativa, che si focalizza su una mancanza. Il termine corretto da usare per descrivere questo tipo di disabilità è cieco.

Sordomuto

Anche sordomuto è un aggettivo obsoleto, sostituito ufficialmente nel 2006 dal termine sordo. Definire una persona sorda sordomuta è poi completamente errato, dato che la gran parte dei sordi non ha nessun difetto all’apparato vocale. 🗣

La connessione tra sordità e mutismo nasce dal fatto che per le persone sorde è più difficile imparare la lingua vocale, perché non ne sentono il suono. Quento però non significa che sia impossibile: sono moltissime le persone sorde in grado di parlare perfettamente (oltre ad esprimersi con la lingua dei segni).

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